Il torpore della vittima

Venti giorni che faccio il pendolare trenitaliano tra Modena e Bologna e ho già avuto il culo di vivere sulla mia pelle tutto il campionario di riti iniziatici da inserire nel cv di ogni pendolare che si rispetti: treni in ritardo, treni cancellati, treni come carri bestiame, treni lerci (solo dopo essermi alzato, mi sono accorto di un’unghiona – forse di piede? – infilata nel sedile che solo per un caso non mi si è piantata nel didietro), treni deviati su altra linea (Modena salta), treni con le porte rotte per cui passa-al-vagone-successivo, e via così, ad alta velocità.

Me ne sono lamentato con Stefano – ormai pendolare di lungo corso e perciò avvezzo ad ogni intemperie – che mi ha risposto citando la risposta che diede a sue analoghe rimostranze Michele Smargiassi, anch’egli pendolare (e giornalista di Repubblica).
Questa: “Tranquillo, nel pendolare, dopo l’inutile incazzatura iniziale tipica del neofita, subentra il torpore della vittima“.

L’aneddoto mi è tornato in mente guardando queste immagini di Michael Wolf  scattate nella metro di Tokyo e pubblicate da Il Post ieri.
Titolo della serie: Tokyo compression.

Fatti non foste a viver come bruti“.
Vero, all’epoca però, i pendolari non esistevano.

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Un pensiero su “Il torpore della vittima

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