Di professione precaria

Se ne parla parecchio in rete (meno, al solito, sui giornali, sia su carta che web, dove il precariato nel mondo del giornalismo è argomento tabù) e anch’io voglio dire la mia.


Paola Caruso, collaboratrice precaria da sette anni al Corriere della Sera (prima come free-lance, poi con un contratto Co.co.co), ha iniziato da quattro giorni uno sciopero della fame per protestare contro la sua condizione di “precaria a vita”.

Il casus belli che ha spinto Paola ha iniziare oggi (e non tre, o due, o un anno fa) questa forma di protesta estrema, sarebbe stata l’assunzione (a tempo determinato) al Corriere di un “pivello della scuola di giornalismo” (sic) al posto suo o di altri precari (immagino in buon numero) che gravitano da più o meno tempo intorno al Corriere.

Circostanza – quella dell’assunzione del giovinetto – che il Direttore del Corsera Ferruccio De Bortoli nega.

Ma al di là dello specifico, quel che importa nella protesta di Paola è l’attenzione che pone al problema delle collaborazioni nel mondo dell’editoria.
Roba tosta: nel precariato imperante in (quasi) qualunque settore professionale, il giornalismo è tra quelli più ferocemente sottoposti a una deregulation selvaggia, con punte di sfruttamento davvero da urlo.
E soprattutto, senza alcuna prospettiva futura per i tanti che vi gravitano intorno, per amore o per forza.
Parlo in generale ovviamente, non conosco la situazione specifica del Corriere.

E’ chiaro quindi che qualcosa dovrebbe essere fatto.
Qualcosa dovrebbe cambiare.
Ma dubito che l’alternativa possibile a questo degrado in stato di decomposizione avanzata, sia quella a cui mira Paola: l’agognata assunzione.

Anche se è vero che non tutti i gruppi editoriali versano in situazione di crisi, è facile prevedere per il giornalismo e l’editoria così come sono concepiti oggi, un bel “no time, no future“.

La carta, dopo secoli di onorato servizio, sta per andare in pensione e anche nel web (e sue applicazioni), per l’informazione cosiddetta mainstream, i nodi sono ancora tutti da sciogliere: se non altro perché la rete, nella stragrande maggioranza dei casi, è ancora lontana dal garantire utili degni di questo nome a chi produce informazione esclusivamente online.
E’ chiaro che anche qui qualcosa si dovrà inventare ma, nel frattempo, grande è la confusione sotto il cielo.

In attesa che il dio dei giornalisti offra alla categoria su un piatto (non necessariamente d’argento) qualche soluzione digeribile, fossi nel sindacato, fossi nell’ordine, più che puntare a far salire sul Titanic gli ultimi fortunelli (sai che “culo” Di Caprio a vincere quel biglietto), cercherei intanto di aumentare i diritti dei collaboratori, ad esempio puntando ad imporre agli editori (tutti, ma proprio tutti) tariffe minime reali, e non fantasiose tabelle che, personalmente, non ho mai visto applicare una volta che sia una (a parte il fatto che son ferme dal 2007 in seguito a richiesta di rimozione dell’Antitrust. Pure questa…).

Anche se ha la febbre alta (non solo per i motivi brevemente elencati in questo post) il giornalismo, come molte altre attività professionali, non è certo destinato all’estinzione: qualcuno dei contenuti dovrà pur sempre produrli.
Ma certo deve reinventarsi in forme nuove.
Gli editori di sicuro.
Ma anche i giornalisti.

Come singolo (difficile prescindere da una società come la nostra ormai del tutto frammentata e marcatamente individualista, perfino in quei “residui collettivi” che sono sindacati e similia) non posso certo cambiare le sorti dell’editoria italiana.
Ma posso provare a cambiare la mia.
E sulla scia di questo, trascinare/aggregare/aggiungere (forse) anche altri.
E’ un po’ quel che sta facendo Paola, alla quale va riconosciuta la dignità di un tentativo disperato (che spero comunque abbandoni al più presto cercando altri modi per proseguire la propria lotta), pur rispetto ad una partita che, dal mio punto di vista, destina comunque alla sconfitta.

AGGIORNAMENTO del 17/11

Oggi Paola ha concluso la sua protesta (in questa forma).

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