Più civile e giusta la storia, un’altra era sta per aprir

Nulla, meglio di un verso dell’Internazionale, può spiegare quello che ha rappresentato nella Storia il crollo dell’utopia comunista:

la plebe sempre all’opra china/ senza ideali in cui sperar“.

Per secoli, la speranza di riscatto di masse destinate generazione dopo generazione al servaggio in società sempre immobili, è stata raccolta dal cristianesimo che tuttavia – a parte qualche eretico e seguaci velocemente spediti al Creatore – mai ha promesso il paradiso in terra.
Si trattava sempre di aspettare, per avere miglior vita.
Aspettare fino alla morte.

L’illusione comunista ha sparigliato le carte facendo assumere allo spettro che si aggirava per l’Europa le sembianze del terribile (e reale) orso sovietico.
Facendo per decenni della Russia, obiettivo e patria ideale da raggiungere e/o imitare.

Oggi di quella stagione di utopia non resta più nulla.
E questo lo sanno tutti.

Sono di meno invece quelli che si accorgono che anche il Capitalismo ha definitivamente perduto per strada il proprio afflato messianico: l’utopia che prometteva l’accesso di tutti (quali “tutti”?) al benessere.
Il mondo intero popolato da una enorme “classe media”.

La crisi attuale invece radicalizza un processo in corso da anni: la classe media (quella che si è creata nel dopoguerra in gran parte dell’occidente) si sfilaccia contraendosi numericamente sempre di più.
Aumentando il gap tra ricchi sempre più ricchi, e poveri sempre più poveri (non solo il sud del mondo ormai, ma anche qui in occidente: nel lavoro sempre più precario, nell’accesso alla cultura e alla salute solo per chi ha i soldi per pagarsele, in una meritocrazia fondamentalmente fondata sul censo).

Il risultato del crollo perfino di quest’ultima illusione (unica rimasta dopo l’89) riporta la massa di cui sopra alla notte dei tempi: “sempre all’opra china, senza ideali in cui sperar“.

Personalmente però, non credo ad un eterno ritorno del sempre uguale: il 900 non è trascorso invano.
E questo buco d’utopia non significa la fine dell’utopia, ma solo il lento dispiegarsi di nuovi spazi – da riempire – per i sogni e le illusioni di giustizia che verranno.

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