Ein Volk, ein Reich, ein Führer

Tocca parlarne perché il caso Annozero è veramente interessante.
Forse siamo giunti al bivio, al momento in cui tutto si manifesterà senza più infingimenti di sorta.

Non solo perché la prima puntata della nuova serie del programma di Santoro ha scatenato la voglia di manganello e olio di ricino che alberga – nemmeno più velatamente – in questa maggioranza, ma anche perché la tensione crescente pone sempre meno freni alle parole dei vari esponenti del PDL.

E la parola in libertà, non più costretta a quel minimo di contenzione istituzionale che tradizione e stile richiederebbero, svela appieno i contenuti ideologici di cui è impregnata.

Gli argini si sono rotti. E tutti sono ormai un po’ Borghezio e un po’ Gentilini. Due che hanno fatto scuola affermando tranquillamente l’impossibile senza mai patire lo straccio di una conseguenza (politica o giudiziaria).

Non è solo Brunetta e le sue dichiarazioni incendiarie sulle “élite di merda, gli artisti parassiti che devono andare a lavorare”, ecc. ecc.
Brunetta è solo la punta dell’iceberg. E in fondo, proprio per la sua irruenza pasticciona, tra i più facili da arginare dal punto di vista argomentativo (basterebbe ricordargli, ad esempio, che dalla notte dei tempi l’arte è in “passivo”, semplicemente perché non risponde e non può rispondere in alcun modo alle leggi dell’economia – “lo stare sul mercato” invocato dal ministro. Se invece, come lui vorrebbe, deve cominciare a farlo, sopprimiamo il tag “arte” da qualsiasi manifestazione della creatività umana e siamo a posto).

A far da eco a un Brunetta sovraesposto non da oggi, altri rivelano il proprio pensiero – carsico fino a poco tempo fa – senza più porsi il problema dell’entità, della liceità, delle conseguenze, dello stesso.

Ecco allora l’apparentemente compassata Maristella Gelmini, ministro dell’Istruzione, dichiarare: “Insultare il premier equivale a insultare tutti gli italiani”.
Davvero? E da quando? Beh, almeno dai tempi in cui Adolf Hitler sentenziava “la Germania sono io” (prima di lui, nemmeno Napoleone o il Re Sole erano arrivati a tanto). L’equazione è evidente. Ed è legittimata dalla dittatura della maggioranza. In fondo, anche Hitler arrivò democraticamente al potere.

Ma la sostanza più intima, l’essenza, del fascismo mediatico che serpeggia in questo Paese mi sembra di rintracciarla molto di più nelle parole di Renato Schifani, presidente del Senato e seconda carica dello Stato.

Ha detto Schifani a proposito del caso Annozero: “La Rai è un servizio pubblico ed è tenuta a dare ai cittadini un’informazione sempre attenta al buon gusto e a quello che interessa effettivamente”. Verrebbe da ridere a un simile richiamo all’attenzione e al buon gusto dell’informazione televisiva (Rai e non solo). Ma il riso si smorza subito di fronte a quel “un’informazione che interessa effettivamente“. Ovvio che a decidere ciò che “effettivamente interessa” agli italiani deve essere lui o chi per lui. Nel nome – va da sé – della dittatura della maggioranza.

Ho visto Annozero. E sinceramente trovo che non sia stato detto assolutamente nulla di nuovo a ciò che si era già letto e riletto su alcuni giornali e, ancora di più, in Internet. Personalmente mi aspettavo qualche informazione aggiuntiva. Invece niente. Quindi, dove sta il problema?

Ce lo spiega ancora Schifani, che si dice “preoccupato perché l’imbarbarimento della politica si sta spostando sul mezzo televisivo. Niente gossip e niente cattivo gusto”. Traduzione: chi se ne frega (per ora…) se quattro gatti – rispetto ai 60 milioni di italiani – si informano sulla carta stampata e su Internet, l’importante è che certe notizie non arrivino al grande pubblico, restino appannaggio della minoranza di persone che saranno comunque e sempre “irriducibili”.

Il peccato di Annozero è proprio questo: aver usato la Grande Sorella in maniera sistematica, puntuale, per raccontare ciò che così, non può né deve essere raccontato alla “maggioranza”.

Un po’ come la retorica patriottarda che ha accompagnato le esequie dei sei militari della Folgore caduti in Afghanistan. Eroi e basta. Senza se e senza ma. Senza discussioni. Nessuno che si sia sentito in dovere di approfondire quel che è accaduto partendo, ad esempio, da questo articolo del generale Fabio Mini del luglio scorso: “Debole prova di forza“.

Chi afferma che oggi non esiste un problema di libertà di opinione in questo Paese o non capisce, o mente sapendo di mentire.
L’antidoto? Non so.
Per intanto mi sembrerebbe buona cosa passare di mano in mano, come una lettura davvero carbonara, 1984 di George Orwell. Sicuro che anche Berlusconi (magari per interposta persona: Gianni Letta) & C. l’hanno letto, anche se non come un romanzo, ma come manuale con le istruzioni per l’uso.

via

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