Gestire la profondità

Ci è voluto qualche mese prima che mi si accendesse la lampadina e riuscissi a cogliere il senso di quelle tre parole – “gestire la profondità” – che mi avevano colpito sfogliando ogni tanto la raccolta di immagini-come-figurine di Finegarten.

Io non avrei mai usato quel verbo: gestire.
La profondità si scandaglia, al più.

Ho dovuto impegnarmi in prima persona per capire.

Mi sfuggiva il senso di sbattersi a raccogliere immagini di altri, come appunto da piccoli si raccolgono le figurine, metterle online, associarle in qualche modo a se stessi.

Poi ho capito che la raccolta è uno specchio. Racconta di chi seleziona molto più di qualsiasi scritto proprio, di qualsiasi foto scattata in prima persona, di qualsiasi cosa dove l’Io in qualche moda appaia in maniera più diretta.
Semplicemente perché in ogni manifestazione di quella che è (o dovrebbe essere) la mia personalità – una poesia, una qualsiasi mia opinione a “riguardo di”, una bella foto realizzata da me – la dose di artificio, di mediazione, intese come tentativo di comunicazione con gli altri (e dunque la ricerca di compiacerli), è variabile, ma certamente sempre presente.

Nella scelta e selezione di immagini di altri invece, la mia apparente assenza fa “esplodere” la mia presenza.

Scelgo ciò che mi piace esattamente perché rispecchia ciò che sono. Questa volta senza artificio di sorta.

Senza che uno se ne accorga, la trappola è già scattata: “tanto non è roba mia. Non sono direttamente in gioco. E che una cosa mi piaccia non attesta per forza la mia prossimità ad essa” (è vero l’esatto contrario).

Tutto questo gioco inconsapevole (?!?) significa esattamente inoltrarsi nella profondità.
E possibilmente: gestirla.

Perché limitarsi a scandagliarla, offre l’opportunità di un contatto sì, ma mantenendo la propria posizione altra: la profondità del mare si scandaglia infatti da una nave (lasciamo perdere i sottomarini che aprono un altro capitolo ancora) che non può che trovarsi in superficie. Fuori dalla profondità. Anche se con l’illusione conoscitiva che lo scandaglio – con gentile perfidia – concede.

Ora, i propri mostri si possono anche osservare a distanza. E basta.
Ma avere la pretesa di guardarli in faccia, significa incontrarli nella loro profondità.
A quel punto non ci sono più alternative, se non gestirli.

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7 pensieri su “Gestire la profondità

  1. il termine “gestire” riferito alla profondità ha una paternità inaspettata. infatti l'ho preso in prestito dal giornale pesca in apnea (in basso a destra nella copertina). anche gli altri titoli di quel giornale erano molto belli: “agguato in superficie” o “insidiare la cernia”, ad esempio. ma “gestire la profondità” mi aveva colpito perché metteva assieme la profondità con un termine così freddo e pratico come gestire (condurre, curare, dirigere, organizzare, secondo il dizionario). quindi mi sembrava molto adatto alla mia attività su tumblr. inoltre mi faceva pensare anche alla profondità di campo.

    inizialmente postavo anche immagini porno che per qualche motivo mi colpivano (spesso perché mi ricordavano vecchi amori – una cosa squallida, lo so), ma poi quando sono aumentati i cosiddetti “followers” sono diventato più selettivo. infatti penso spesso che la parte realmente interessante delle immagini che conservo sia quella dei post “privati” (quelli che non possono vedere tutti). forse ho imparato a “gestire” la profondità 🙂

    ed è vero che la scelta delle immagini è uno specchio. questa pagina con la tag cloud ad esempio dice di me molto più di quanto io stesso volessi sapere.

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  2. Al tuo commento posso solo aggiungere che personalmente ho deciso di liberarmi di tutti i following (a parte te) che, in un meccanismo semiautomatico, avevo già cominciato a fare. Un meccanismo tipico di ogni social network ma che – come dici anche tu – finisce inevitabilmente per rendere più selettive le scelte. Alla fin fine più compiacenti. Costringendoti ad un “privato” che non ha molto senso (sempre a mio modesto avviso) rispetto ad una esperienza come questa.

    Per quel che mi riguarda preferisco continuare questa gestione/esplorazione in totale libertà e autonomia, fregandomene di avere anche un solo visitatore o un solo follower.

    L'unico visitatore che mi interessa (a posteriori, magari dopo aver rivisitato con freddezza un po' di scelte fatte) sono io.

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  3. hai ragione, anche perché quando si comincia a essere selettivi una raccolta di figurine interiori come quella non ha più alcun senso. ma a quanto pare è inevitabile. non riesco a non tenere conto delle persone che mi seguono.

    “D'altronde, a me ormai piacciono solo le confessioni, e gli autori di confessioni ne scrivono soprattutto per non confessarsi, per non dire niente di quello che sanno.”
    camus

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  4. Mah sai, quello che ho affermato prima può essere tranquillamente contraddetto dal fatto che questo “spazio speculare”, di cui rivendico l'assoluta autonomia da ogni “interferenza” altrui, in realtà viene reso pubblico. Perché allora non farmi la mia raccolta da gustare del tutto privatamente?

    Insomma, non se ne viene fuori.
    Del resto, nel profondo, non si può che navigare a vista.
    Oppure, molto più probabilmente, la verità riposa nel paradosso di Camus.

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