Babsi, tornata dalla guerra

A pensarci, sono milioni e milioni. Quasi tutte scomparse. Sono le parole che negli anni ho sparso per lo spazio etereo del web, o su quello quasi altrettanto impalpabile della carta stampata. 
Della dipartita della maggior parte di queste, mi interessa poco.
Non amo guardare indietro.

Di qualcuna mi dispiace però.
Mi spiace che nella rete, della lunga e bella intervista che feci su Granbaol a Babsi Jones nel 2003, si sia persa oggi traccia.
Allora lei curava Ex Jutopija, un blog monotematico che raccontava della ex Jugoslavia, delle sue arti, storie, musiche e culture facili a mischiarsi quanto a contrapporsi, ma soprattutto del suo rapporto viscerale con quella terra – l’eco viene facile – far away so close.

Dopo tanto andirivieni tra Milano e Utopia – sua personale, di un popolo che poi sono molti, di una “terra aspra e dolce quasi quanto la vita” – oggi Babsi è tornata.
Forse. E’ molto tempo che la nostra breve amicizia virtuale è solo un ricordo.

In ogni caso ha scritto un libro pubblicato da Rizzoli: “Sappiano le mie parole di sangue”.
Leggo da qualche parte di “quattro donne chiuse in un condominio nell’assedio e nel pogrom dei serbi di Mitrovica”.
Ne so poco altro.
Per caso sono incappato in una brevissima recensione ieri sera.
L’ho ordinato stamattina in libreria.
Lo leggerò la prossima settimana.

Intanto però, recupero qualche decina di parole dall’oblio del passato.
Di quella intervista.
Parole sue, non mie, ma poco importa.

La ex-Jugoslavia è un labirinto senza fine: scriverne seriamente significa accettare di entrare nel labirinto e di perdercisi con pazienza. Con competenza, che si acquisisce camminando per il dedalo, e una dose di umiltà gigantesca: a cominciare dalla lingua che io studio da tre anni e che è strumento irrinunciabile per intendere una cultura. Quello che il mondo jugoslavo ha da raccontarci è prima di tutto il valore del melting pot, ed i suoi rischi: ed è un tema inevitabile nel nostro “villaggio globale”. La ex-Jugoslavia insegna a comprendere come convivono le culture, arricchendosi vicendevolmente, o come possono urtarsi in conflitti senza fine, e a prezzo inimmaginabile. Insegna anche come nascono le dittature e gli imperi, le truffe storiche, le manipolazioni sociali, i falsi miti: tutti argomenti che ci riguardano da vicino e per cui i Balcani ci fanno da specchio, non di rado da specchio deformante. In seconda istanza, sono d’accordo con Paolo Rumiz: la ex-Jugoslavia, ed in genere il mondo slavo, è l’irrazionale che noi abbiamo perduto, l’imprevisto, l’immaginario, la contraddizione.

Sono luoghi dove le nostre false certezze si sgretolano, dove i fondali di cartapesta vengono giù come quinte patetiche. I Balcani sono il nostro inconscio, e viaggiarci attraverso è un esperimento fantastico. La ex-Jugoslavia, in particolare, perché é un caso al limite della geopolitica: pur non essendoci più è terribilmente presente: se ne scrive, se ne parla, ci si interroga sulla sua natura, non cessa d’esistere. Io studio una ex-lingua, una ex-letteratura. Ho a che fare quotidianamente con ex-cittadini di un ex-patria. Tutto questo richiama alla mente l’utopia, il luogo che non c’è. E’ anche un riferimento al paese di Tito, così come lo racconta anche Emir Kusturica: un tentativo di utopia penosamente naufragato, o meglio “spinto” verso il naufragio.

Ecco il book-trailer di “Sappiano le mie parole di sangue”.

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